Una identità, quella dell’art. 1 della Carta Costituente, che non è invenzione risibile e romantica di uomini come Amendola o Einaudi, Calamandrei, Di Vittorio o La Pira, quanto e soprattutto rappresentazione concreta e reale di un percorso della storia e della coscienza degli italiani che all’indomani della Liberazione seppero mettere al centro del loro futuro il lavoro, l’antifascismo e la democrazia.
Valori che è necessario non disconoscere oggi più che mai, mentre da qualche parte d’Italia si discute di negozi aperti o si cancella il tormentato e a volte cruento percorso compiuto dal movimento dei lavoratori italiani per combattere soprusi, violenze e in alcuni casi vere e proprie forme di schiavitù. Traccia di grande attualità nel 1° Maggio del 2011, mentre questo Governo taglia indiscriminatamente, e a cadere sono pezzi di lavoro e migliaia di famiglie.
Penso al mondo attorno agli appalti nelle scuole pubbliche e nelle università. Penso al precariato diffuso fatto passare sotto il nome di “lavoro flessibile”. Penso alle famiglie nate e ora “perse” nel dubbio di un lavoro tra i microfoni di un call-center. Penso alla classe operaia resa invisibile e costretta l’impotenza. Penso alla mia terra, al Sud, alla Puglia e a Taranto che come molte parti del paese in affanno attende parole e impegni che si trasformino in politiche per l’occupazione e lo sviluppo.
Ma siamo nell’anno conclamato delle divisioni quelle montate ad arte per renderci tutti più poveri. Isole irraggiungibili dei nostri individuali bisogni. Gli uni contro gli altri, persino privati di un contratto collettivo nazionale che sia soglia minima di garanzia per tutti. Così in questo mio Primo Maggio più che i proclami sul lavoro da promuovere e incentivare, compio l’appello che è premessa fondamentale a tale improrogabile impegno.
Chiedo alla politica, alle istituzioni, al sindacato, alla società civile e persino alla mia città, di provare ad essere come furono i nostri padri costituenti, ristabilendo quel legame con la nostra memoria. Quel luogo oggi reso irraggiungibile e considerato distante rispetto all’attualità dei cocci che ogni giorno siamo costretti a raccogliere nel nostro vivere democratico, dilaniati dallo scontro verbale tra le istituzioni dello Stato e violentati noi stessi dalla mancanza di decoro e dignità di certe figure istituzionali. Quel luogo della storia d’Italia dove si finiva anche ad una scazzottata, ma dove “le regole venivano scritte insieme senza distinzioni”. Laddove Foa ritrovò Einaudi e Moro riconobbe Togliatti. Portatori di idee distanti, di generazioni contrapposte, ma tutte accomunate da una dignità sopra le parti e al di sopra dei loro singoli status.
Il Primo Maggio torni ad essere luogo e valore comune dove ritornare a parlare di diritti, perché come diceva Vittorio Foa “la libertà si può perdere solo a patto di rinunciarvi volontariamente. Altrimenti c’è sempre possibilità di resistere”. E noi, continueremo a resistere.
